PROGRAMMA SOCIO-ASSISTENZIALE 2006-2008
Parte I – Il quadro di riferimento
IL CONTESTO LEGISLATIVO REGIONALE
La Sardegna, come altre regioni italiane, nel 1988 si è dotata di una propria
legge di riordino dei servizi e interventi sociali, la citata legge n.4/88 che,
in applicazione dei principi costituzionali, anticipando una legge quadro di
sicurezza e servizi sociali, avviava nella nostra isola la promozione di una
cultura dei servizi che indicava l’ente locale Comune come il principale agente
delle politiche sociali, poiché il più vicino ai cittadini, e ne riconosceva le
funzioni di gestione e programmazione degli interventi sociali.
Alla Regione veniva affidato il compito della pianificazione generale triennale,
ai comuni quello della pianificazione operativa annuale. In realtà la Regione ha
emanato solo due piani, il primo a ridosso dell’approvazione della legge
regionale n. 4 e l’ultimo per il triennio 1998 – 2000. I comuni, facendo
riferimento prevalentemente al primo piano regionale, hanno regolarmente
programmato annualmente per poter finanziare i servizi.
La Regione con l’emanazione della citata legge colmava un vuoto in assenza di
una legge quadro nazionale sui servizi sociali e socio-assistenziali che è stata
varata nel 2000, la legge numero 328, voluta dal ministro Livia Turco denominata
“Legge quadro per la realizzazione di un sistema integrato di interventi e
servizi sociali”: la precedente legge nazionale organica in materia risaliva al
governo Crispi della fine del 1800!
La legge regionale n. 4/88 ha, in ogni caso, anticipato diversi principi
raccolti in seguito dalla 328, a partire dal ribadire che il territorio e i
comuni non erano un semplice terminale del decentramento centrale, ma attivi
lettori dei bisogni della popolazione e attuatori delle risposte, in sinergia
con i servizi della ASL e, come ulteriormente sottolineato dal 2° piano
regionale, con il coinvolgimento dei vari attori sociali come scuola,
volontariato e privato sociale.
Nonostante le forti convergenze tra la legge n.4/88 e la 328/2000, la Sardegna
era una delle regioni italiane che non aveva ancora innovato la propria
normativa con i principi e le indicazioni presenti nella normativa nazionale,
creando nelle istituzioni, amministratori e operatori, incertezza e
disorientamento.
L’attuale governo regionale e l’assessore Nerina Dirindin, hanno posto ai primi
posti dell’agenda politica le emergenze della nostre comunità che i ritardi di
questi anni hanno accentuato, portando a conclusione il processo legislativo per
il recepimento in Sardegna delle innovazioni della legge 328/2000, varando a
fine dicembre 2005 la legge 23/2005 “Il sistema dei servizi alla persona” e attivando una nuova
stagione nelle politiche sociali che vivevano nella nostra regione un momento di
stagnazione e progressivo abbandono dell’ attenzione su tali tematiche.
La nuova legge regionale sui servizi alla persona e il piano sociale regionale
sul quale la commissione ha avviato le audizioni, hanno l’obiettivo prioritario
di ridefinire “… un sistema di servizi e interventi sociali che metta al centro
la persona e le famiglie, valorizzi le risorse delle comunità locali, promuova
l’esercizio pieno della cittadinanza. L’attuazione di servizi in tal modo
orientati richiede la operatori e dei loro organismi di rappresentanza, dei
soggetti della cooperazione sociale e del volontariato, delle aziende pubbliche
di servizi alla persona, delle Istituzioni Pubbliche di Assistenza e Beneficenza
(IPAB), delle Fondazioni, degli Enti di Patronato e degli altri soggetti di cui
all’ art. 1, commi 4 e 5 della legge n. 328/2000 …”.
I principi ispiratori del nuovo piano sociale regionale, che indirizzerà le nuove politiche per i nostri territori e comunità “ …in linea con il processo di rinnovamento avviato dalla legge nazionale 328/2000 e in parte già anticipato dalla legge regionale n° 4/88 sono:
• il riconoscimento della dignità della persona quale prima destinataria degli
interventi e dei servizi
• la centralità delle comunità locali, intese come sistema di relazioni tra le
persone, le istituzioni, le famiglie, le organizzazioni sociali – ogniuno per le
proprie competenze e responsabilità – per promuovere il miglioramento della
qualità della vita e delle relazioni tra le persone
• il valore e il ruolo delle famiglie, quali ambiti di relazioni significative
per la crescita, lo sviluppo e la cura della persona, anche attraverso il
perseguimento della condivisione delle responsabilità tra donne e uomini
• la partecipazione attiva dei cittadini, delle organizzazioni di rappresentanza
sociale, delle associazioni sociali e di tutela degli utenti
• la sussidiarietà verticale e orizzontale, mirata a riconoscere ed agevolare il
ruolo dei soggetti del terzo settore nella gestione dell’offerta dei servizi
• la reciprocità come risorsa sociale nelle iniziative di auto-aiuto delle
persone e delle famiglie che svolgono compiti di cura
• l’autonomia e la vita indipendente, con particolare riferimento al sostegno
alle scelte di permanenza al proprio domicilio delle persone in condizioni di
non autosufficienza o con limitata autonomia
• il diritto all’educazione all’armonico sviluppo psico-fisico dei bambini e
degli adolescenti, nel rispetto del diritto alla partecipazione alle scelte che
li riguardano.
La nuova legge, pertanto, ridisegna i confini delle politiche sociali in Sardegna nell’ottica di una più ampia programmazione locale che superi il “campanilismo” difetto spesso accentuato dalla legge 4/88, che ha talvolta impedito una risposta più completa ed efficace ai problemi di un territorio fatto di piccoli comuni che non hanno potuto ottimizzare le risorse per interventi più articolati che garantissero una risposta completa ai bisogni dei cittadini.
La nuova programmazione locale prevista nei nuovi atti normativi regionali,
tenendo conto principalmente di queste criticità della legge n. 4/88, dovrà
basarsi su un’unica azione programmatoria, che veda coinvolti i servizi sociali,
socio-sanitari e sanitari, attraverso un nuovo strumento, il Piano Locale
Unitario dei Servizi (PLUS), attraverso il quale i comuni e le Aziende ASL
attueranno una programmazione integrata negli otto ambiti di riferimento, quindi
nelle otto province, coinvolgendo 23 distretti in una unica azione
programmatoria che coinvolgerà tutti gli attori sociali del territorio,
istituzionali e non, con una particolare attenzione al terzo settore e alle
famiglie nonché alle rappresentanze organizzate dei cittadini.
I principali obiettivi di una programmazione territoriale e non più solo
comunale sono:
• stimolare una lettura condivisa del territorio di appartenenza che superi i
soli confini comunali, ormai insufficienti anche negli indirizzi più generali di
sviluppo economico;
• il superamento della frammentazione insita nelle strategie e negli
orientamenti generali delle politiche sociali e del mancato raccordo tra
l’intervento sanitario e/o sociosanitario e quello socio-assistenziale. Tale
situazione ha impedito lo sviluppo di un sistema di servizi coprogettato e
intersettoriale, accentuando, anzi, la separatezza tra due sistemi che troppo
spesso si relazionano con modalità oppositive e autodifensive;
• il superamento della diffidenza tra i servizi sociali istituzionali e il terzo
settore, accentuata anche dall’utilizzo residuale e sostitutivo di quest’ultimo
che viene riconosciuto come soggetto gestore dei servizi, ma troppo spesso
escluso dalla fase di programmazione e valutazione.
Da questi brevi cenni si intuisce che stiamo attraversando una fase di grande
innovazione e cambiamento delle politiche sociali nella nostra isola e nella
nostra città.Il 2006, pertanto, si configura come un anno di transizione, per un
passaggio graduale attraverso gli strumenti e le modalità operative adeguate ai
nuovi principi ispiratori della normativa.
Il piano annuale qui presentato, pertanto, chiude una fase delle politiche
sociali e ne anticipa, in alcuni interventi, la nuova.
Il PLUS Piano Unitario dei Servizi alla Persona
La programmazione territoriale
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Scheda aggiornata al 13/12/2006